Come aiutare chi è nel lutto per il COV19

Se pensiamo ai concittadini che sono in lutto per un loro familiare deceduto per il COV19, possiamo iniziare a immaginare l’immensità della tragedia che stanno vivendo.

Purtroppo le tragiche e necessarie misure sanitarie impongono a migliaia di cittadini lutti nell’anonimato, nella solitudine e nell’isolamento.

Molti hanno visto per l’ultima volta il loro familiare salire sull’ambulanza; lì si è conclusa la loro vita insieme. Sono stati deprivati della vicinanza in ospedale per un addio; nessuna cerimonia comunitaria, nemmeno la sepoltura al cimitero. Adesso sono a casa da soli.

Come si fa ad attraversare un lutto così? E’impossibile. Allora, cosa possiamo fare?

Con tutte le limitazioni del caso, come psicologa offro, in forma gratuita, supporto psicologico via cellulare, WhatsApp o Skype. Su www.psicosalutemacchi.it andate alla voce contatti per fissare per telefono l’ora del colloquio. Chiamate dalle 10:00 alle 10:30. I colloqui si realizzano dalle 10:30 alle 12:00 da lunedì a venerdì.

Ognuno di noi può cercare di sapere chi è in questa situazione nel proprio quartiere, fargli sentire che desideriamo salutarlo, che lo pensiamo. Superiamo il tabù che invita a lasciare ad altri di occuparsene e la credenza che disturberemo. Non giriamo lo sguardo da un’altra parte!

Nessuno può fare sparire il dolore, ma chi lo vive non si sentirà immensamente solo e abbandonato.

 

Femminicidio: riflessioni sulle relazioni di coppia

Il 25 Novembre, giornata mondiale contro la violenza sulle le donne, ha ricordato a tutti che il femminicidio è un fenomeno mondiale di cui bisogna costantemente occuparsene su tutti i fronti.

Come cittadini e come esseri umani, la violenza perpetrata nelle mura domestiche, cioè nel cuore di una collettività, riguarda tutti. Quando si consuma una tragedia possiamo pensare che un po’ di umanità muore.

Dalla cronaca, dai casi clinici e giudiziari, dalla storia di queste coppie c’è sempre un lungo tempo di esasperante maltrattamento psicologico.

Se proviamo ad andare a monte, cioè molto prima della tragedia, prima della vita di coppia, prima della nascita dei figli, all’origine della loro relazione e alle sue caratteristiche, potremo individuare aspetti su cui riflettere profondamente.

Vorrei riuscire a trasmettere come il femminicidio e alcune delle sue cause scatenanti ci invitano a riflettere sulle nostre relazioni di coppia e a diventare più consapevoli sul tipo di rapporto che costruiamo giorno dopo giorno, verso la felicità o l’infelicità?

Francesco Alberoni, studioso dei movimenti collettivi e dei sentimenti umani, concepisce il femminicidio  come:[1] “L’atto terminale di una catastrofe sociale in cui giocano anche l’umiliazione, sentirsi disprezzati  dalla società, un desiderio di possesso frustrato, una volontà di vendetta covata per anni e anche fantasie distruttive di distruggere tutto”. Uccidere diviene il gesto finale di un lungo periodo di maltrattamenti  reciproci caratterizzati dall’umiliazione, dal rifiuto, dalla denigrazione, dal disprezzo, dall’insulto.

Queste forme di stare insieme quando predominano, distruggono la coppia e fanno a brandelli i partner. Ci sono moltissimi psicoterapeuti che dedicano tutta una vita di studi e di pratica clinica per scandagliare cosa rende una coppia durevole e felice e cosa invece la rovina fino a conseguenze gravissime.

Una vita di coppia include necessariamente sapere o imparare a litigare, a discutere, a confrontarsi, a mettersi d’accordo, a perdonare e a chiedere scusa vicendevolmente.

[2]Julie Schwartz Gottman e Jhon M. Gottman,[3]studiosi della terapia di coppia, ci insegnano che ci sono fattori predittivi della fine di una relazione, chiamati “ I Quattro Cavalieri dell’Apocalisse “ in quanto portatori di rovina.

Essi sono: le critiche di disvalore e distruttive; il disprezzo che umilia; il ritirarsi fino a costruire un muro di incomunicabilità, l’ostruzionismo con il silenzio e con l’indifferenza totale.

Nelle relazioni di coppia ci sono tutti questi quattro cavalieri. Dai loro studi le coppie felici e abili nella cura della relazione, sono capaci di riparare e, quando sono in conflitto, riescono ad esprimere comprensione, a sorridere, a trovare qualcosa che sdrammatizzi. Nelle storie di femminicidio e nella violenza domestica, i cavalieri rinvigoriscono ogni giorno.

Sapere cosa può distruggere la coppia, cosa la rende felice e stabile può aiutarci nelle nostre ed avere elementi che ci orientano preventivamente su quale strada potremmo prendere insieme al nostro/a partner e, se è quella che vogliamo entrambi.

Le famiglie sacrificate e le donne uccise non possono essere morte per nulla ! Non aspettiamo il prossimo 25 Novembre per ricordarcelo.

 

[1]  Amore mio come sei cambiato (F. Alberoni, 2019)

[2] Dieci principi per una terapia di coppia efficace (Julie Schwartz Gottman e John M. Gottman, 2017)

L’origine relazionale dell’angoscia

  “Ho tanta angoscia, non riesco ad andare avanti; non ce la faccio più a recarmi al lavoro; mi sento perso; non sono una persona forte; mi sento sempre sbagliato”. É ciò che provano tanti uomini e donne, con sgomento, tra i venti e i trent’anni.

Il malessere è globale, infatti soffrono di sintomi fisici insopportabili e percepiscono i loro rapporti sociali sempre più faticosi e inappagabili.

“Sono stato più fortunato rispetto molti dei miei coetanei, allora perché sto così male?”. La loro vita sembra buona perché molti hanno studiato e hanno un lavoro. Invece, la storia personale  è stata sempre difficile. Questo gap tra il mondo esterno e quello interno è il punto di partenza per iniziare a scoprire l’origine dell’angoscia.

Spesso emerge che hanno avuto almeno un genitore “difficile”, distante, non comunicativo. Complicato per i suoi comportamenti che generavano malessere e tensione psicologica. Molti di essi, per anni, hanno affrontato situazioni  traumatiche causate dalle frequenti reazioni incomprensibili e disturbanti.

Per esempio: “Ogni volta che tornavo da scuola mio padre mi puliva le scarpe e disinfettava dove mettevo la cartella”; “Se la giornata non era andata bene, quando tornava aveva il muso e non si poteva parlare”; “Quando giocavo non dovevo fare alcun rumore altrimenti mia madre mi correva dietro per picchiarmi a calci”; “Ero obbligato a mangiare sempre tutto anche se non volevo”; “Si offendeva facilmente, mi insultava e non mi parlava per giorni”.

Chi è stato ascoltato in famiglia, immediatamente coglie l’esagerazione e la durezza  di tali comportamenti. Invece, chi proviene da questi rapporti ha bisogno di arrivare a riconoscere che non è stato ascoltato perché mancava l’empatia nelle relazioni.

“La casa-nido” per loro è stata  “la casa- inferno”, “la casa- galera” e per anni hanno creduto che fosse così in tutte le famiglie!

Per questi giovani è fondamentale comprendere che nella loro famiglia c’era almeno una persona affetta da un disturbo psicologico non conclamato, non diagnosticato e non curato. Altrettanto importante è chiarire che un genitore inconsapevole di soffrire di un disagio psichico non può essere empatico con i suoi cari o lo è a tratti. Lui stesso è portatore di relazioni maltrattate e non è mai soddisfatto della relazione con i suoi familiari!

Perché  gli anni dell’infanzia e dell’adolescenza sono tanto decisivi?

Oggi sappiamo che  i germogli  dell’identità, dell’autostima, della fiducia in sé stessi e nel rapporto con gli altri, nascono dalle ripetute relazioni tra il bambino e le persone significative: i genitori, i fratelli, i familiari stretti e poi il mondo della scuola, fino circa ai vent’anni.

Un importante periodo in cui si è dipendenti dal mondo degli adulti. Iniziare a lavorare o vivere fuori casa, sono “prove generali” sul livello di benessere psicologico raggiunto.

Non c’è da incolpare nessuno. Quando la persona conosce l’origine relazionale della sua angoscia trova la speranza per vincerla e sente di avere la possibilità di cercare e di scegliere altre tipologie di relazioni.

Piove sempre sul bagnato: malattia e povertà

Quali sono le condizioni familiari e sociali imprescindibili affinché i figli, se un genitore si ammala gravemente, possano essere resi partecipi con amore, senza traumi e senza una profonda angoscia?

Una società che risuoni con la fragilità dell’altro e una famiglia “sufficientemente sicura”. Entrambi purtroppo sono sempre più rare.

Della prima ve ne ho parlato in tutti gli articoli precedenti. Per la seconda intendo  un tipo di nucleo familiare in cui i genitori possano avere, sia il prezioso tempo per stare con i loro figli e crescerli, sia un lavoro con entrate economiche necessarie per  una sicurezza di base essenziale al loro sviluppo fisico, affettivo, intellettuale, culturale e sociale.

Dai dati ISTAT 2019 una famiglia “sufficientemente sicura” oggi è negata a 1,2 milioni di minori che vivono in stato povertà: economica, educativa e culturale.

Pensiamo agli operai della Whirlpoll, da mesi vivono con la minaccia di perdere il lavoro e con esso tutta una vita. Infatti, queste persone sono travolte dalla paura di non poter garantire a se stessi e ai loro figli un tenore dignitoso e per molti significa diventare poveri.

Sottomessi  dall’angoscia per un lungo periodo, non è raro  ammalarsi e in modo grave. Dietro l’angolo ci sono la depressione, l’uso di sostanze, le malattie immunitarie. In questo contesto sono sempre i figli. A pagare il prezzo più caro.

Dunque, come si suole dire “piove sempre sul bagnato”. Le famiglie italiane che si trovano in condizioni socioeconomiche drammatiche sono le più a rischio di essere colpite da sindromi gravi ed invalidanti.  Allora, se in questi nuclei familiari, capita o c’è già un genitore malato, cosa può processare un minore? In tali condizioni come fanno i genitori ad affrontare da soli tutti i cambiamenti e tutte le perdite e mantenere un equilibrio psichico con i figli? E’ impossibile.

A un bimbo di dieci anni cosa gli accadrà se  ascolta la sua mamma lamentarsi dai dolori; se lei non riesce più ad aiutarlo nei compiti o a portarlo a scuola; se spesso è ricoverata o depressa ; se il padre lavora lontano o diventa disoccupato, un alcolista; se non ci sono altri familiari o presenze rassicuranti; se la scuola disconosce la situazione?

Accade che il figlio si prenda molta cura del genitore malato e se nessuno lo protegge e lo conforta,  è sovraesposto e sovraccaricato. In queste circostanze al bambino si chiede troppo e dovrà imparare a dare troppo di sé. I bambini incredibilmente ci riescono benissimo!

Tutto il disagio e il dolore emergono anni dopo. Nella pratica clinica resto sempre toccata da ragazze o ragazzi che hanno avuto un’esperienza simile da bambini, divenuti giovani super autonomi  vogliono comprendere e superare l’improvvisa ansia che sentono irrompere nel loro corpo.

Il corpo è la casa in cui abitiamo, ha la memoria, sente e custodisce tutto. E’ anche grazie ad esso che il dolore trattenuto o inglobato si fa sentire quando giunge il tempo maturo per essere elaborato.

Navigare sulle tematiche della malattia grave in una famiglia ci permette di comprendere l’indissolubile interrelazione tra il malessere personale e quello familiare e sociale.

Spero di riuscire a mettere in luce come l’equilibrio psicofisico sia strettamente relazionato ai valori e alle condizioni sociali, educative, economiche della società di appartenenza.

 

 

 

 

 

“Ho detto alle mie bambine che da adesso ci sarà il papà con loro”

L’esperienza professionale più che ventennale con la persona malata e la sua famiglia, sia nelle cure oncologiche che nel Hospice,  sia quelle personali con i miei genitori e familiari, hanno costruito in me la certezza che nessuno può vivere in solitudine tali esperienze propriamente umane.

E’ in questi frangenti che comprendiamo di essere costituiti dalle relazioni e la loro presenza è fondamentale per attraversare il destino senza perdere pezzi vitali di noi stessi.

Partire dai più piccoli forse ci aiuta a non fuggire, se pensiamo a loro chissà che il rifiuto di lasciarci toccare da questa umana sofferenza diminuisca. Forse troveremo qualcosa di prezioso in grado di farci amare e valorizzare profondamente la vita invece di aver solo paura.

Ho presente genitori che si sono trovati ad affrontare la malattia del coniuge, mamme e papà che si sono gravemente ammalati.

Ricordo un uomo giovane, padre di due bimbe che frequentavano la scuola materna, ci conoscemmo in Hospice, nel tempo vicino alla morte di sua moglie. Lui chiedeva aiuto perché si percepiva molto insicuro, mentre dalle sue parole a me arrivava anche il buon padre che era.

Infatti, rimasi immediatamente commossa quando mi disse: “ Ho detto alle mie bambine che da adesso ci sarà il papà con loro”. Con quel adesso sbocciato dal suo amore e dolore comunicava tutto e dava certezza e presenza piena alle figlie.

Oppure, quando mi raccontò che la più piccola si era arrabbiata tantissimo con lui perché non trovava nel cassetto le sue calzette e lui le disse che mancava la mamma; che mancava anche a lui.

Il supporto psicologico fu determinante perché riuscisse a riconoscere il significato profondo di tali momenti tra lui e le figlie, come accogliesse i loro sentimenti e le implicite domande; come amorevolmente le rendesse partecipi.

Ritrovò più fiducia in se stesso e tutti insieme riuscirono a trascorrere momenti molto sereni con la mamma: l’amore e la relazione con lei e tra loro si stava trasformando, non stava morendo.

Oggi il padre ha una relazione stupenda con le sue figlie e loro stanno bene. Se sente di aver bisogno di un breve supporto mi chiama.

Appresi molto e custodisco questa relazione che ha cambiato anche me.

E’ un enorme differenza arrivare a sentire che la relazione continua a vivere comunque, in un altro modo, in chi è rimasto; è molto bello anche sentire che continua tra chi si è incontrato in quei frangenti.

 

 

É un bene per i figli diventare partecipi della malattia di un familiare

Quando la vita degli adulti dinnanzi una diagnosi infausta viene sconvolta, lo stesso succede a quella dei figli, non importa la loro età.

Se i grandi si sentono smarriti come possono continuare a sentirsi sicuri nei loro ruoli rispetto i più piccoli?

A causa del tabù sulle sofferenze psichiche e fisiche invalidanti, di cui vi sto parlando da un po’ di tempo, ci illudiamo che ciò non accada. Invece, è in questi frangenti che siamo interpellati a provare empatia, comprensione e a garantire ogni tipo di aiuto necessario a tutta la famiglia.

Spesso i familiari, con le buone intenzioni dettate e accettate socialmente, si comportano per preservare i minori dalla sofferenza e quindi inscenano per mesi ed anni una vita “normale” inesistente e involontariamente viene negato a loro ogni umano bisogno di una comprensione e di una elaborazione.

Di frequente nemmeno gli insegnanti vengono a sapere dei cambiamenti in casa e quindi la scuola non può accogliere lo studente con i suoi nuovi e impellenti bisogni.

La società, che considera la vulnerabilità umana come un problema, un inciampo nella corsa verso la propria realizzazione, finisce per essere indifferente ai cambiamenti nel comportamento di chi è ancora in fase di sviluppo.

Infatti, nel bambino avviene sempre una regressione ad una tappa anteriore. L’adolescente,  con le parole di una paziente, mette “i  ricordi, i suoi sogni e il bisogno dei coetanei, in tanti cassetti ben chiusi”. Ciò gli produce sgomento che può  sfociare in forme autolesionistiche o depressive.

Françoise Dolto, una psicoanalista francese che si è dedicata ai bambini, sosteneva che loro possono sopportare tutte le verità, mentre soffrono per le bugie degli adulti.

Ricordo due sorelline, di cinque e dieci anni, amorevolmente fatte partecipi dalla mamma e dal papà malato. Elaborarono, ciascuna a modo proprio, la malattia e la perdita del padre.

Andavo due volte alla settimana a dare sostegno psicologico alla famiglia. Quando entravo nella loro casa, anche nel tempo della maggior sofferenza, l’atmosfera emanava dolcezza, non c’era solo tristezza.

Giunsero a fare le domande “difficili”,  vennero  ascoltate le richieste di stare lì, di essere amate e di aiutare con i piccoli gesti.

Mi rendevo conto che aveva senso essere psicologa con le bambine attraverso il gioco, i  disegni, i racconti e vedere filmati o fotografie; con tutti e quattro nel facilitare i genitori a raccontare la storia della loro famiglia, come le figliolette fossero state tanto desiderate e come avessero portato immensa gioia e senso alla loro vita. Proprio mentre la malattia minacciava di portare via tutto era un bene consolidare le radici e l’amore tra loro.

I familiari travagliati perdono quel sentirsi sicuri dinnanzi i figli e il sostegno psicologico li aiuta a riappropriarsene, come avvenne allora ed altre tante volte.

Le figlie hanno attraversato l’adolescenza senza problemi, poiché hanno potuto vivere in famiglia  la perdita del papà e di tutto ciò che essa comportava.

Purtroppo, quando invece l’aiuto non c’è e i familiari sono soli, è maggiore il rischio per i figli di sentirsi messi da parte. In questi casi, prima o poi, arriverà il bisogno di elaborare quel tempo.

Nei momenti che segnano una crescita, come per esempio iniziare l’università o il lavoro, sposarsi, avere il figlio che va alla scuola media, inaspettatamente la persona si sentirà turbata da pensieri sul passato, o sulla morte. Allora inizierà a percepirsi fragile,  incapace dinnanzi i nuovi cambiamenti nella sua, fino a sentirsi depressa o in ansia irragionevolmente!

Allora è un gran bene, quando il Medico di Famiglia o lo Psichiatra non solo riconoscono nella forte sintomatologia la necessità di un percorso psicoterapeutico, ma aiutano il paziente a farne richiesta.

La psicoterapia è un percorso per addentrarsi insieme nel passato che interferisce  nel presente e lo disturba poiché vuole essere elaborato. E’ sempre bellissimo riconoscere il rifiorire alla vita dopo aver potuto assimilare quel dolore, custodire la relazione e trasformarlo in una nuova vita.

 

Uno sguardo psicologico sulla politica italiana

Pochi giorni fa, mentre molti tra noi cittadini vivevamo spensierati un tempo di vacanza, liberi da impegni e scadenze, avveniva “un divorzio politico”.  Di ritorno a casa la situazione era mutata radicalmente, stava nascendo un nuovo governo, una nuova unione tra chi si era odiato e attaccato pesantemente per anni. Ci veniva chiesto di credere che l’acqua e l’aceto possono mescolarsi!

Questo status, presentato come “novità” è arrivato come una doccia fredda; ha suscitato un certo sgomento, un’incredulità iniziali. L’inimmaginabile e l’impossibile era avvenuto. Non abbiamo nemmeno avuto il tempo per crederci, o per farci delle domande che il “nuovo governo” era nato.

Ormai la crisi è superata, tutto continua a evolvere così velocemente che già attendiamo i fatti.

Dilaga la parola trasformismo; come il camaleonte che cambia colore per sopravvivere e trasformarsi è una sua competenza, sviluppata nel tempo, per adattarsi al ambiente in cui vive.

Invece, considerando i modi e i tempi del cambiamento non sarebbe più appropriato dire ambiguità? Nel suo significato di ciò che è suscettibile di varie interpretazioni; l’atto di manipolare, utilizzare, tradire, svalutare coloro i quali avevano dato loro la fiducia.

Abbiamo davvero elaborato tutto? Continuiamo a provare la stessa considerazione che avevamo di loro prima? Il diluirsi inaspettato e veloce delle identità, la permeabilità dei  contenuti, la ferocia verbale, lo stravolgimento dell’alleanza con i rispettivi elettori saranno aspetti psicologici marginali?

Il malessere sociale ha sempre determinato e caratterizzato le forme delle sofferenze psicologiche. Oggi , il principio che si può fare tutto quello che si vuole, che non ci sono limiti, è socialmente condiviso e approvato in tutti gli ambiti e nelle nostre modalità relazionali. Bisogna correre, essere opportunisti, aggressivi, il prezzo è la desensibilizzazione e la solitudine.

Per esempio, soffermarsi su ciò che abbiamo provato dinnanzi la fine di un governo e la nascita di un altro nel giro di 20 giorni ad alcuni può sembrare assurdo: è già acqua passata. Non succede per caso qualcosa di simile quando una persona si ammala gravemente, una coppia si separa improvvisamente, qualcuno che conosciamo bene muore, e tutto il dolore si supera in un mese al massimo?

La fine di relazioni significative, senza previe discussioni, confronti e negoziazioni, avviene apparentemente senza tanta sofferenza. Non c’è lo spazio per piangere, per litigare, per chiarire. Figli e familiari subiscono la perdita. Cosa essa comporterà, cosa si sentirà e come cambieranno le relazioni e il vivere non viene considerato! Tuttavia, anche dopo anni, per molti, tutto il dolore e l’indicibile si è trasformato in un disagio psicologico che, può trovare la sua comprensione e una possibilità di elaborazione al interno di un processo psicoterapeutico.

La società ci invita a non assimilare, cioè a non ascoltare ciò che proviamo, ciò che sentiamo dinnanzi ogni esperienza che ci interpella come esseri di relazione, costituiti dai legami affettivi, dagli incontri veri.

L’ambiguità dei nostri politici, tra ciò che fanno e quello che dicono, ha generato ambivalenza; cioè sentimenti opposti. Noi abbiamo provato incredulità, diffidenza, svalutazione e loro ci convincono a sentire fiducia;  sicurezza e che scelgono per “il nostro bene”.

Come psicologa provo una sinistra inquietudine. Sottovalutare la perdita di credibilità  che l’ambiguità genera, è molto distruttivo. Si inaridiscono la linfa della fiducia, dell’appartenenza, del incontro e si alimenta lo scetticismo, il disimpegno, l’arido individualismo.

Le trappole del tabù

Si vive con l’assurda convinzione che perdere la salute capiti agli altri.

Quando un membro della famiglia si ammala tutti si sentono catapultati in una terra sconosciuta e minacciosa. La vita immediatamente cambia: si perde la quotidianità, si interrompe la progettualità, si sconvolge l’organizzazione e la comunicazione tra i suoi membri. L’ansia, la paura, la rabbia, l’impotenza, l’insicurezza diventano sentimenti predominanti. Si può dire che una sofferenza globale si instaura.

A causa del tabù, molte persone colpite da una malattia grave, fisica o psichica, decidono di non farlo sapere e si isolano dal mondo. Se i malati  “nascondono” la loro condizione è perché sanno che nel ambiente lavorativo e sociale di riferimento si inizierebbe a pensare cosa fare di loro, come e quando sostituirli; si penserebbe alle difficoltà che tale condizione genererebbe. Per i valori attuali e per come viviamo, di corsa e alla ricerca di successo, essere malati fa sentire di essere un peso, diventare inutile, creare ostacoli. L’infermità cancella ogni ruolo famigliare e sociale.

Tante persone famose, affette da sindromi psichici o fisici, quando riescono ad includerli nella propria vita, lo fanno sapere e rompono il tabù. Non solo fa bene a loro, ma anche alla società, a chi sta bene e a chi no.

Per esempio, Lady Gaga non è solo una dea per i suoi fans, è una donna che dà voce alle sue sofferenze, dà conforto e lo chiede nei momenti duri; così, la sua vulnerabilità si trasforma in un senso di appartenenza e di preziosa vicinanza. “I segreti possono farti ammalare, fuori c’è tanto aiuto. Se parli di qualcosa, quella inizia già a farti meno paura. Spero che le persone che lottano contro il dolore cronico sappiano di non essere da sole”.

Nessuno la considera una malata e così sarebbe auspicabile lo fosse per tutti.

Anni fa, una paziente mi chiese di aiutarla a lasciare una testimonianza. Come altri, anche lei desiderava dare un senso a tutta la sofferenza inutile patita a causa delle conseguenze del tabù. I suoi consigli: “ Il cancro lo vivo, non l’accetto, non tutti ne parlano di questo male. Io l’ho detto a tutti e mi sentivo sollevata. E’ importante nella famiglia essere aperti, tutti informati.”

Anche lei invita fortemente ad aprirsi e a chiedere aiuto senza paura per non ridursi a una malattia.

E’ evidente come il tabù complichi tutte le vie della imprescindibile e importantissima comunicazione nel suo significato di “mettere in comune”.

Il disagio a parlarne apertamente è tangibile negli stessi luoghi di cura. La considerazione e la presa in carico delle dimensioni psicosociali, purtroppo non sono scontate come invece lo sono le terapie farmacologiche. Se si incontrasse un personale preparato alla cura globale della persona, la  sofferenza diminuirebbe, assumerebbe il suo valore sociale e il tabù inizierebbe ad essere superato.

Dunque, è importante umanizzare le nostre relazioni, superare i pregiudizi; informarsi, chiedere e dare aiuto su tutti i fronti per rompere il tabù e non cadere nelle sue trappole.

 

Cosa perdiamo a causa del tabù

Possiamo illuderci che il proprio modo di vivere e di pensare sia scevro dal contesto culturale di cui siamo parte. Riconosciamo che è un’idea errata quando ci imbattiamo nei tabù. Ciò accade quando dobbiamo affrontare esperienze che mettono in gioco la continuità della nostra vita e il suo significato. Tra esse c’è la malattia grave.

Sono state le persone malate conosciute che mi hanno fatto capire come lo stato di benessere sia un requisito implicito ed essenziale per essere considerate come persone e cittadini nella nostra società.

C’è un gap tra chi è sano e chi è malato: ciò, quali conseguenze comporta?

Infatti, quando giunge una diagnosi pesante, la persona colpita e la sua famiglia, immediatamente, si sentono ridotti ai sintomi, alle medicine da assumere, ai trattamenti da eseguire, a una cartella clinica. Per questo i bisogni di parlarne, di non restare da soli, di comprendere e di assimilare l’evento al interno della vita vengono soffocati. Solo l’idea di svelarli genera un senso di inadeguatezza e la persona colpita si imbatte nel tabù della malattia che suscita terrore in quanto è portatrice di sofferenza e spesso di morte.

In questi giorni molti sono toccati dalla conduttrice televisiva Nadia Toffa  che aveva svelato di essere malata, atteggiamento che suscitò certe polemiche, forse perché si faceva portavoce di un’esperienza umana che molte persone vivono e che molte altre vogliono tenere scollegate dalla vita. Lei ha rotto il tabù e ha continuato a farlo con i suoi fans. Grazie Nadia.

In me, risuonano innumerabili testimonianze, come quella di Mattia, un uomo sposato di quarant’anni, padre di un bimbo. Al momento della diagnosi si sentì male e all’indicazione di essere ricoverato rispose: “Avrò pure un cancro ma ho pur sempre mio figlio. Quindi la prima cosa che devo fare è andare a casa”.

Questo sentire, riscontrato in molti genitori ammalati, mi commuove sempre poiché trasmette la poderosa forza delle relazioni e dei legami che prevale sulla paura che sopraggiunge improvvisamente e che minaccia di farle sparire.

Temiamo di non sapere come comportarci, cosa dire, di cosa parlare con un familiare, un amico o un vicino ammalato. Se invece pensassimo che è sempre un uomo o una donna, che è molto di più di ciò che sta attraversando e se ci approcciassimo con apertura ed interesse, scopriremmo di ricevere dei doni preziosi per vivere. Uno di essi è proprio la forza dei legami e delle relazioni, purtroppo svalutate nel ritmo frenetico del nostro vivere.

Nello stare accanto a chi soffre si riceve molto di più di quanto si creda di dare! Chi fa l’esperienza finisce sempre per confermarlo.

Provo gratitudine verso i pazienti che, nel tempo della malattia e in quello decisivo della loro vita, mi hanno  lasciato entrare in un luogo intimo in cui non c’era solo la paura. Mi hanno fatto apprezzare il valore dei legami profondi attraverso un sorriso,  una parola, un gesto, un tempo insieme.

Come succede per ogni tabù, nello scartare ed evitare di prendere contatto con l’umana esperienza della vulnerabilità e della finitudine causata da una malattia, perdiamo qualcosa di prezioso per noi stessi e per la società.

Un tabù della società contemporanea

Aver cura del proprio benessere sta diventando un aspetto importante nella nostra vita, quasi tutti sappiamo degli stili nocivi o salutari. La pratica di un’attività fisica, avere una dieta bilanciata, informarsi sul contenuto dei cibi che compriamo, le misure di sicurezza nel quotidiano, sono alcuni di questi positivi cambiamenti.

Tuttavia, non abbiamo la consapevolezza di quanto sia meraviglioso stare bene e di come esserlo sia oggi una prerogativa per sentirci considerati dal prossimo.

Stare accanto a molte persone ammalate in ambito ospedaliero mi ha fatto comprendere che ammalarsi ci accomuna come esseri umani; che avere accesso alle cure e contare su professionisti preparati a dispensarle ci dà sicurezza.

A livello sociale e relazionale, è della malattia grave e di prognosi infausta, che colpisce molte famiglie, che si è restii a parlarne. E’ un tabù, nell’accezione di qualcosa che nella nostra cultura è considerato un argomento che il senso comune non approva. Ma il malato e la sua famiglia, oltre all’assistenza sanitaria, hanno bisogno d’altro? Per esempio: sentirsi ancora parte della comunità? Continuare ad avere relazioni, sentirsi considerati non solo dei malati, non essere dimenticati da familiari, amici e vicini?

Quando arriva una diagnosi infausta, la terra trema: immediatamente, si perde la vita quotidiana; tutto cambia e nessuno è mai preparato per affrontare tale esperienza. Il malato e i suoi familiari sono pervasi da sentimenti di sgomento, incredulità, rabbia e paura. Ben presto gli amici svaniscono e si resta da soli.

Vorrei parlarne per riuscire a mettere in luce cosa umanamente ci perdiamo a causa di questo tabù. Stare accanto a tante persone malate e ai loro familiari, accompagnare i miei nel tempo del bisogno, mi ha permesso di vedere altro dalla sofferenza e dalla disperazione.

Mi piace pensare che in un mondo moderno l’uomo non perda la sua umanità e che sappia utilizzare le meravigliose conoscenze per garantire il suo fondamentale bisogno: sentirsi una persona ed essere dunque considerato tale in ogni circostanza; specialmente nella vulnerabilità e nel bisogno di cure.

Attenderò che mi diciate se volete che ve ne parli, buon fine settimana.

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